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"Il passero solitario" - Parafrasi, Analisi, Commento - di Giacomo Leopardi

04-26-2012, 02:55 PM
Messaggio: #1
"Il passero solitario" - Parafrasi, Analisi, Commento - di Giacomo Leopardi
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PARAFRASI
Dall'alto della torre del vecchio campanile, tu, passero solitario, erri per la campagna cantando finché viene sera; e l'armonia regna nella tua valle. La primavera brilla tutt'intorno e si manifesta sui campi così vividamente che il cuore si intenerisce. Senti le pecore belare, le vacche muggire; e gli altri uccelli, contenti, compiono mille giri nell'aria festosa contenti, trascorrendo così il loro tempo migliore: tu, invece, guardi il tutto in disparte pensieroso; non ti piace la compagnia, non voli, non ti curi dell'allegria, eviti i divertimenti, canti solamente e così trascorri il periodo migliore dell'anno e della tua vita. Ahimè, quanto assomiglia il tuo costume al mio! Divertimento e spensieratezza, tenera famiglia della giovinezza, e amore, fratello della giovinezza, rimpianto amaro dell'età matura, io non curo, non so come; anzi fuggo lontano da loro; quasi estraneo al mio luogo nativo, trascorro la primavera della mia vita. In questo giorno di festa, che ormai giunge a termine, si usa festeggiare al mio paese per tradizione. Senti per l'aria serena il suono delle campane, senti spesso lo scoppio di colpi di fucile, che rimbomba lontano di paese in paese. La gioventù del luogo, tutta vestita a festa, abbandona le case e si sparge per le vie; e guarda ed è guardata, e in cuore si rallegra. Io, solitario in questa parte dimenticata della campagna, rimando a tempi migliori ogni gioco e divertimento: e intanto lo sguardo steso nell'aria soleggiata è ferito dal Sole che tramonta tra i monti lontani, dopo una giornata serena, e cadendo, sembra dileguarsi e che dica che la gioventù sta finendo. Tu, solitario uccellino, giunto alla fine della vita che il destino ti concederà, non ti dorrai della tua vita certamente; perché ogni nostro desiderio è frutto della natura. A me, se non mi sarà concesso di evitare di varcare la detestata soglia della vecchiaia, quando i miei occhi non susciteranno più nulla nel cuore delle altre persone, e il mondo apparirà loro vuoto, e il giorno futuro parrà più noioso e doloroso del presente, che sarà di questa voglia? Che sarà di questi anni miei? Che sarà di me stesso? Ah, mi pentirò, e più volte, mi volgerò al passato sconsolato.

Figure retoriche
Chiasmo = vv. 6 e 8; Latinismi =vv. 19 e 21

Analisi 1
Il Tema di questa poesia è il parallelo che il poeta stabilisce tra il proprio comportamento e quello del passero.
Entrambi disdegnano compagnia e divertimenti, preferendo trascorrere il proprio tempo in solitudine, mentre la natura sembra ridestare il suo più bel periodo: la Primavera e Recanati è in Festa.
Ma anche se il loro modo di comportarsi è identico, diverso è il destino a cui andranno incontro: il Passero potrà morire senza rimpianti, perché in lui la scelta di vivere in solitudine è dettata da un istinto naturale, mentre il poeta, quando la giovinezza sarà irrimediabilmente finita, non potrà far altro che pentirsi di come è vissuto.
Il Poeta e il Passero sono entrambi dei Personaggi “Statici”, e gli altri “Augelli” e i coetanei di Giacomo sono in contrapposizione tutti dei personaggi Dinamici.

Il Componimento presenta due sfere lessicali: la “Solitudine” e “L’Ambito giocondo”, così lo possiamo suddividere in tre parti: la Prima racchiude la “Vita del Passero”, la Seconda la “Vita del Poeta”, e la Terza il “Confronto tra i loro diversi costumi di vita e gli esiti”..

Nella Prima Parte, al primo verso “Torre antica” si riferisce alla chiesa di Sant’Agostino; dall’8 al 10 c’è un riferimento agli altri “Augelli”, ovvero ai coetanei del Passero.
Pertanto ecco la divisione:
dal 1 al 4 vv. = Descrizione del Costume di Vita del Passero;
dal 5 al 8 vv. = Descrizione del Paesaggio Primaverile;
dal 9 al 11 vv. = Descrizione della Vita dell’Uccello;
dal 12 al 16 vv. = Descrizione del Comportamento del Passero.

Nella Seconda Parte, al 1 e 2 vv. il poeta vuole mettere in evidenza la propria somiglianza con il Passero, al 27-28 vv. troviamo un riferimento ai “Coetanei” del poeta e la festa in questione è quella del Santo Patrono di Recanati: San Vito (15 Giugno).
Pertanto ecco la divisione:
dal 17 al 26 vv. = Descrizione del Costume di Vita del poeta;
dal 31 al 35 vv. = Descrizione della gioventù di Recanati;
dal 36 al 44 vv. = Descrizione del Comportamento del poeta.
Infine nella Terza Parte, notiamo la posizione enfatica del “Tu”, e “Venuto alla Sera” ci induce a riflettere e ad un paragone con “Alla Sera” componimento del Foscolo, al 47 vv. Giacomo evidenzia che la Vita in solitudine del Passero è stata dettata da un istinto naturale, al 54 e 55 vv. ( Il dì … e Tetro) traspare un cupo pessimismo e per finire negli ultimi due vv. evidenzia che egli si pentirà un giorno di aver vissuto in tal modo, perché è stata una “sua scelta” dettata dalla propria volontà…
Così Possiamo fare un confronto tra il Leopardi: “Una Vita non vissuta” e il Foscolo: “Una Vita Vissuta”.

Analisi 2
Fu composto negli anni più tardi, al tempo dei "Grandi Idilli" , ma dal Leopardi fu posto alla fine delle canzoni filosofiche, quasi a segnare il distacco dalle liriche precedenti, ed introdurre nei "Canti" una delle voci più nuove del poeta.
Anche se nell'edizione dei "Canti" del 1835 il "Passero solitario" è stato dal Leopardi stesso collocato prima de "L'Infinito" e come prologo a tutti gli Idilli, è ormai quasi comunemente accettata come data della sua composizione quella della primavera del 1829, quando forse il poeta riprese e sviluppò un'idea che già appare in un suo appunto del 1819-20.

Questa celebre opera quindi, posta all'inizio dei "Canti", sembra presentarci il suo primo autentico autoritratto.
Il poeta, appunto come il passero solitario, vive pensoso, solitario, in disparte, la giovinezza; ma, mentre il passero non soffre della sua solitudine e non avrà rimpianti al momento della morte, il poeta rimpiangerà di aver sciupato la propria giovinezza ...continua sotto...

e, quasi, di non aver vissuto.

Dentro la struttura, il tema profondo che ricorre nel confronto con il passero e nella differenza con la "gioventù del loco", è la solitudine ("io solitario") incolmabile e voluta dal poeta ("non curo, io non so come").
La solitudine è il risultato di contraddizioni profonde che il poeta vive con dolore posto com'è fra il desiderare ed il "non curare", tra il sapere quali sono i beni della vita ("sollazzo", "riso", "amore", etc..) e il non cercarli, tra il trascurare la giovinezza e il rifiutare la vecchiaia.
La materia dei versi è dolorosa, conforme all'ispirazione costante del poeta (si osservi la prima strofa della lirica).
E' da aggiungere che il tema della solitudine fu uno dei motivi ricorrenti della poesia leopardiana. Deriva da questo tema una suggestione che fu di continuo vagheggiata e respinta dal poeta, nei modi dialettici che sono propri di questo canto: cioè unita alla produzione di un tema opposto, della possibilità tra gli uomini di realizzare un incontro positivo; tema che perverrà alla sua espressione più elevata nei versi della "Ginestra".

La struttura della poesia è basata su confronti per similitudini e per differenze, per analogie ed antitesi.
Il canto è diviso in tre strofe; la prima e la seconda in cui è posto il confronto fra il passero solitario ed il poeta, la terza che ne sottolinea una diversità.

In particolare:

1^strofa: (vv.1 - 15) Descrive il comportamento del passero nel contesto e in rapporto agli altri animali, allo spazio della campagna, nel tempo della primavera che è la festa dell'anno. Non v'è una sorta di mestizia in quel passero, che pure dovrebbe essere il simbolo di un'esistenza dolente. Esso è divinamente solo e signore. Non ha bisogno di spassi, non di compagni. Canta. E quel canto si diffonde ovunque. Esso è il re del cielo; riempie e domina dall'alto tutta la valle.

Nella seconda e terza strofa la lirica discende invece ad un tono più raccolto, più meditativo.

2^strofa: (vv.16 - 44)Descrive il comportamento del poeta nel contesto e in rapporto agli altri giovani, allo spazio del paese, nel tempo della giovinezza che è la festa della vita. Le due strofe sono dunque costruite simmetricamente rispetto al contenuto e si rapportano l'una all'altra sulla base di un confronto per uguaglianza ("Oimè, quanto somiglia al tuo costume il mio!)", e per differenza, in rapporto al genere di cui fanno parte (l'umanità, il mondo animale).

3^strofa: (vv.45 - 49)La conclusione finale dei due modi di esistere, del passero e del poeta, sono ancora messi a confronto, ma per disuguaglianza: tu "non ti dorrai", "Ahi, pentirommi"; ovvero: tu vivi secondo la tua natura, io vivo contrariamente alla mia natura.

Analisi 3
La genesi lunga di questa lirica la rende “anomala” rispetto agli altri Grandi Idilli, poiché è sì strutturata sui canoni di queste composizioni, ma l’idea del passero viene a Leopardi in età giovanile (tra il 1819 ed il 1820), annotata nelle pagine dello Zibaldone. Tuttavia la composizione deve essere posteriore rispetto a quella dei grandi idilli, dato che il canto non compare ancora nell’edizione fiorentina del 1831, bensì in quella napoletana del 1835. Probabilmente la collocazione in testa ai primi idilli può essere spiegata in base alla tematica, che è vicina a quella giovanile (la propria infelicità, contrapposta a quella degli altri giovani), rievocata nel presente ricavandola con la memoria (cf. A Silvia).

Il passero che Leopardi vede sulla torre campanaria di Recanati richiama al poeta un'identificazione malinconica tra l’uccello e sé stesso, che però risulta epidermica, parziale: entrambi sono esseri soli, tuttavia il passero lo è per indole naturale (quello osservato dal poeta appartiene ad una famiglia particolare di passeriformi che amano vivere in solitudine); Leopardi, invece, è solo a causa della situazione di dolore esistenziale in cui versa. Dolore che il passero, animale, non percepisce e dunque non può provare, sentendosi sempre felice.

La prima strofa (vv. 1-16) è incentrata sulla descrizione del piccolo uccello. Si può suddividere in tre piccole sezioni. La prima (vv. 1-5) presenta il passero nella sua solitaria contemplazione della valle recanatese che si stende ai piedi della torre. I versi dal 5 all’11 intendono illustrare, secondo una terminologia richiamante al caro imaginar, il paesaggio in cui si configura la riflessiva digressione poetica sul passero. La terza ed ultima parte (vv.11-16), invece, si concentra sull’analisi della pensosa solitudine del piccolo animale che, evitando i divertimenti e le attività dei suoi simili, preferisce allontanarsi dalla torre e volare via.

La seconda strofa (vv. 17-44), è incentrata sulla figura del poeta in un'alternanza di focalizzazioni dal passero a Leopardi. Si compone di una tripartizione speculare alla prima strofa, che questa volta è dedicata alla figura del poeta. In una sorta di analogia comparata con la situazione del passero, introdotta grazie al termine "somiglia", Leopardi nell’esordio (vv. 17-26) si paragona e, dopo aver constatato la propria solitudine rispetto agli altri esseri umani che è cagione di malinconia e dolore, lo sguardo del poeta, chiuso nel suo palazzo, si volge al borgo recanatese in festa, dove giovani corrono per le strade a celebrare le ricorrenze, tra suoni e colori, in una vaga rimembranza di felicità (Vv. 32-35). Infine, al pari del passero, Leopardi decide di allontanarsi da quell’aria di divertimento così aliena: egli è schivo di fronte ai divertimenti effimeri della vita. Prende infatti la via verso una meta indefinita e remota nella campagna attorno a Recanati (Vv. 36-44).

Con la strofa finale ritorna l'immagine del passero (vv.45-59), più corta delle precedenti. Leopardi si rivolge al piccolo animale, con una sorta di nostalgica invidia: il passero, difatti, pur avendo anche lui innata la sofferenza, non la percepisce, e pertanto rimane nella sua illusoria condizione di felicità (Vv. 45-49). Il raffronto con la condizione del poeta è il passo successivo e finale, coi canoni tipici dell'arido vero: malinconia e infelicità, la terribile ombra della vecchiaia che toglierà ogni senso al miserando vagare sulla terra che è l’esistenza dell’uomo (vv. 50-59).
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